
27) L'et dell'oro e le leggi di natura.
    Seneca immagina una et dell'oro, in cui vigeva la naturale
legge del pi forte, identificato con il pi giusto, poich la
fortezza era considerata una facolt dell'animo e giudicata
positivamente. Poi, per il lento insinuarsi dei vizi, subentr
la decadenza e nacque la necessit delle leggi; la ricerca di
nuovi beni spinse a nuove tecniche per procurarseli. Seneca pone
il progresso tecnico-scientifico e la filosofia in contrasto fra
loro; il primo porta all'avarizia, la seconda alla felicit

Lettere a Lucilio, 90 (vedi manuale pagina 200).

    Ma i primi uomini ed i loro discendenti, non ancora corrotti,
seguivano la natura, la stessa persona era guida e legge per essi,
che si erano affidati al giudizio del migliore. Giacch  proprio
della natura subordinare il pi debole al pi forte. A capo dei
muti armenti stanno o gli animali pi grossi o quelli pi
impetuosi. Le mandrie di buoi non son precedute da un toro
languido, ma da quello che per grossezza e per forza supera tutti
gli altri maschi; la schiera degli elefanti  guidata dal pi
alto: ora tra gli uomini il pi alto  il migliore. Pertanto il
capo veniva scelto tenendo conto delle qualit dell'animo; e
perci si trovavano in condizioni di piena felicit quei popoli,
presso i quali non poteva essere il pi potente chi non era il
migliore: giacch con sicurezza pu quanto vuole, chi pensa di
potere solo ci che deve. Posidonio ritiene che nell'et, detta
dell'oro, i sapienti avessero il potere. Questi reprimevano gli
atti di violenza e difendevano il pi debole dai pi forti,
inducevano a fare una cosa e distoglievano dall'altra, indicavano
ci che era utile od inutile. La previdenza di costoro faceva s
che nulla mancasse ai sudditi, il coraggio li teneva lontani dai
pericoli, la beneficenza ne accresceva le sostanze e gli agi.
Comandare era compiere un dovere, non esercitare la tirannide.
Nessuno sperimentava la sua autorit contro quelli da cui l'aveva
ottenuta, n alcuno era spinto naturalmente o da qualche motivo a
fare ingiuria; giacch a chi comandava giustamente si obbediva con
prontezza ed il re a quelli che ricusavano di obbedire non poteva
minacciare nulla di pi grave che di andarsene dal governo. Ma
dopo che, a causa del lento insinuarsi dei vizi, il governo dei re
si trasform in tirannide, cominci a sentirsi la necessit delle
leggi, le quali pure da principio furono opera dei sapienti.
[...].
Fino a questo punto son d'accordo con Posidonio; non potrei per
concedere che la filosofia abbia inventato le arti, di cui ci
serviamo nella vita di ogni giorno, n oserei attribuirle la
gloria delle opere degli artigiani: la filosofia, egli dice,
insegn a costruire case agli uomini erranti qua e l, che si
rifugiavano in caverne od in grotte o nella cavit di un albero.
Io per son d'avviso che la filosofia non ha ideato queste
costruzioni di case ergentisi sulle case e di citt che incalzano
le citt pi verosimilmente che i vivai dei pesci raccolti allo
scopo di evitare alla golosit il pericolo delle tempeste e di far
s che, nonostante la furia del mare, la dissolutezza avesse i
suoi rifugi, dove si potessero ingrassare separatamente i pesci.
Che dici? La filosofia ha insegnato agli uomini a tenere chiavi e
serrature? Non era forse questo dare un'insegna all'avarizia? La
filosofia sospese in alto queste case che ci sovrastano con gran
pericolo di chi le abita? Giacch non era abbastanza difendersi
con i mezzi offerti dal caso e trovarsi un ricovero naturale senza
l'impiego di un'arte particolare e senza difficolt. Credimi,
veramente felici furono gli anni, in cui non esistevano ancora n
architetti n decoratori

(Seneca, Lettere a Lucilio, UTET, Torino, 1951, pagine 353-355).

